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Presentare un amico a chi non lo conosce è facile, parlarne a chi sa tutto del suo essere fotografo è, viceversa, arduo; ma le sfide del pensiero mi piacciono, e allora eccomi a raccontare Massimiliano Leggieri e la sua serata al GFP.

Massimiliano Leggieri al GFPMassimiliano l'ho conosciuto una decina d'anni fa, quando (per fortuna di tutti) la Fotografia lo aveva sottratto alla Musica con il pretesto di soddisfare il suo inappagato desiderio di raccontare e di raccontarsi in modo sempre diverso e comunque insolito. Erano i suoi primi approcci con la reflex e li ho vissuti nelle serate in cui esprimevo, come ancora succede, un parere da giurato al concorso interno del suo Fotoclub.

Mi piace disquisire su una foto per motivare le mie sensazioni e ricordo che spesso, nel concitato, seppur amichevole, confronto del "dopo gara", sollecitava il silenzio per la voglia di ascoltare e capire il mio pensiero. Ciò mi ha sempre onorato e, benché non gliel'abbia mai detto, era per questo che continuavo a parlargli volentieri, tornando con lui verso casa. Il tempo di quell'improvvisata camminata notturna però non bastava mai e riuscivamo ad interrompere l'appagante scambio di opinioni solo a tarda ora, quando le nostre strade si dividevano, dopo una lunga fermata davanti alla saracinesca ormai abbassata del solito bar.

Ho sempre gradito parlare con lui perché i suoi pareri sulla Fotografia non sono mai banali, né approssimativi. Né, d'altra parte, lo sono i suoi scatti. Certo, in questo tempo (relativamente breve) il suo modo di fotografare è molto cambiato; però bravo lo è stato fin dalle prime foto per strada, quando catturava scorci e attimi metropolitani, finalizzando l'inquadratura alla sintesi e il taglio della luce alla particolarità.

Una esigente e spesso insoddisfatta voglia d'interpretare situazioni diverse lo ha inevitabilmente portato a esplorare nuovi orizzonti; sono così arrivati i bronzi che il gioco del chiaro-scuro ha animato di vita e, successivamente, i paesaggi in bianconero, contaminati dalle stesse atmosfere del suo io più profondo.

Insaziabile, ha voluto poi fotografare gli angusti spazi dell'abbandono e i reconditi luoghi della solitudine; ed è appunto lì che, fugaci figure e diafane presenze, gli hanno palesato un ricordo lontano, nel disagio di un anonimo presente. Lui ne ha catturato ogni minima sfumatura e venerdì sera ha liberato quelle essenze per farci conoscere il Riflessivo e il Sognatore, il Mite o il Folle raccontando così, gli stupori e le verità di un fotografo di emozioni.

Spero solo che la Musica non lo prenda di nuovo con sé...

Carlo Bartolini

foto di Alberto Ghelardini

Lettera di George Rodger, uno dei fondatori della Magnum Photos, al figlio Jonathan

15 luglio 1970

Mio caro Jonathan,

ho appena ricevuto la tua interessante lettera e ti ringrazio per avermi inviato alcune copie delle tue prime fotografie. Mi è piaciuta specialmente quella che hai fatto a Stonehenge in cui hai ripreso, invece delle pietre stesse, la loro ombra sul suolo. E' alquanto difficile rispondere alle domande che mi poni, ma farò del mio meglio e se non comprenderai subito, ciò accadrà un poco più tardi. La tua prima domanda è senz'altro la principale e credo che rispondendo ad essa lo faccia anche per tutte le altre. Tu chiedi: – Che cosa devo fare per diventare un fotografo come te? – Se tu non avessi aggiunto quel "come te" in fondo alla frase, la risposta sarebbe stata per me molto più semplice. Come si può spiegare qualcosa di non tecnico, di non tangibile e che viene da dentro?

In realtà, avevo comprato un libro, scritto per fotografi principianti, che avrei voluto donarti per il tuo compleanno. Nella prima pagina dice che la luce viaggia ad una velocità di 186.000 miglia al secondo e nell'ultima pagina dice che un'altra parte dell'apparecchio non ancora analizzata è il mirino. Così, poiché vuoi diventare un fotografo come me, non ti regalerò questo libro per il tuo compleanno. Non lo condivido affatto.

Non potrei preoccuparmi meno del fatto che la luce viaggi a 186 miglia al secondo o all'ora o al giorno. E' davvero irrilevante. Ma invece sono convinto che il non ancora analizzato mirino è tutto ciò che c'è d'importante.

Naturalmente, quando si è davvero all'inizio, bisogna imparare qualche regoletta tecnica. Lo devi fare, se vorrai esprimerti esteticamente attraverso mezzi e strumenti puramente meccanici (il fuoco, il diaframma, la velocità, etc. etc.). Ma questi dovranno diventare in fretta dei riflessi condizionati e poi dimenticati. Essi dovranno diventare per te istintivi come l'aprire la bocca per mordere una mela.

Poi, una volta stabilito questo automatismo, potrai concentrarti su quello che vedi nel mirino perché è attraverso il mirino che tu stabilisci il legame tra la realtà e la tua interpretazione di esso. Ricordalo. Qualunque cosa tu vedi sul vetro smerigliato della tua Rolleiflex è realtà.

La fotografia è ciò che tu fai di essa. Ciò che vedi nel mirino può essere brutto. Il tuo cuore può resistere appena all'orrore di ciò che vedi o i tuoi occhi annebbiarsi per la pietà e per la vergogna. Ma è tutta realtà e tu devi sapere cosa farne. Credo che nessuno saprebbe consigliarti come imparare ad usare la realtà, tranne dicendoti di essere sempre onesto verso te stesso, ma ciò è piuttosto vago. Certamente non puoi interpretare ciò che vedi nel tuo mirino e non puoi farne una buona fotografia, senza averlo prima compreso. Devi riuscire a provare una certa affinità con quello che stai fotografando; devi essere una parte di esso e nello stesso tempo restarne sufficientemente distaccato per poterlo vedere obiettivamente.

Come guardare uno spettacolo dal mezzo del pubblico ma subito partecipandovi col cuore. Sfortunatamente non c'è nessuna formula per questo tipo di "partecipazione". E' qualcosa che viene dall'interno. Ma puoi esercitarti in questa direzione. Dipende molto dalla tua propria personale conoscenza del mondo e dalla tua abilità a percepire ed accettare come l'altra gente ci vive. Non andresti mai molto lontano volando in jet a destra e a sinistra, tenendo un costoso apparecchio appeso al collo come un rosario, e pretendendo che il mondo non si muova intanto che tu cerchi qualche elusiva verità.Ma monta piuttosto su una vecchia auto che sia garantita per rompersi ogni qualche centinaia di chilometri e guarda come va a finire. Qualcuno ha detto che maggiori saranno le tue difficoltà, migliore sarai te stesso.

Hai mai osservato un camaleonte? E' una specie di lucertola che cambia i suoi colori accordandoli a quelli dell'ambiente: è verde nell'erba, marrone su un tronco, rosso pallido sulla latterite. E' un metodo molto utile che potresti cercare di imitare. Non intendo dire che dovresti diventare color caffè nel Vizagatapam o completamente nero nel Bangassu, ma voglio dire che dovresti trovare quella certa attitudine per non apparire bianco in nessuno dei due posti. Ogni nazione, razza o tribù ha la sua morale, il suo orgoglio e la sua dignità, le sue regole e le sue abitudini e molto differenti le une dalle altre.E tu devi accettare queste cose e più le conosci e meglio è. Sviluppa il tuo metodo di camaleonte fino a saperti mescolare in tutti gli ambienti e sentirti veramente a casa tua sia nella capanna di un beduino che a palazzo reale. Impara le lingue, non solo quelle europee, ma arabo, swahili, urdu; ricorda di non avere mai fretta ad est di Suez o tutti rideranno di te. Impara a mangiare con le bacchette o con le dita, senza, per amore di Allah, usare la mano sinistra.

E ovunque ti trovi, evita i trucchi. Una buona fotografia è basata sulla verità e sull'integrità.

Il trucco è solo un mezzo da poveri uomini per giustificare la loro mancanza di talento, la loro incapacità a comporre una foto senza artifici.

Fa che la composizione della tua immagine sia onesta, pura, forte e ben definita. E' una questione di disegno e meno complicato esso è, più piacevole risulterà all'occhio.E credo che questo sia tutto ciò che posso dirti al momento. E' così che io la vedo e la penso e non dico di avere necessariamente ragione. Ma rifletti su tutto ciò e non avere troppa fretta. Mi ci sono voluti più di trent'anni per comprendere e chiarirmi le cose; non mi aspetto che tu le digerisca in mezz'ora.

Ma, per cortesia, non scrivermi la settimana prossima dicendomi che ciò che veramente vuoi fare, terminata la scuola, è il pilota di caccia-bombardiere.

Tuo affezionatissimo padre.
(George Rodger) 

In quest'inverno gelido e grigio, l'irrequieto vento dell'est che Ricky Gianco cantava quand'ero ragazzino, sibila forte battendo sui vetri della finestra con prepotenti folate e un turbinio di granelli bianchi, incessantemente portati da chissà dove. Non ho voglia di uscire e preferisco il limitato ma confortevole esilio della scrivania che asseconda un approdo tranquillo e sicuro negli infiniti spazi di Internet. Nei meandri del web scopro siti di circoli fotografici in cui trovo nomi noti, alternati ad altri che mi sono sconosciuti. Continuo a vagare senza méta ed entro nella galleria del "3C" di Cascina esplorando un'organizzata serie di cartelle, suddivise per anni di attività, con le foto dei soci. Apro curioso la prima, quella cumulativa dal 1969 al '73 e poi via, via tutte le altre, con mode e correnti di periodi passati in una successione sorprendentemente significativa anche per capire l'evoluzione della fotografia amatoriale... gli innovativi mossi o le prime amiche-modelle, contrastati e contrastanti bianconeri, azzardati fotomontaggi e paesaggi di ogni tipo.

Alberto Goiorani - Calm Flight 1996Chiudo la cartella del '93, apro quella del '94 e la mente, d'improvviso, corre lontano... le cinque foto in fondo alla pagina sono familiari e si fanno riconoscere subito. Quell'incredibile fioritura di papaveri, la profonda strada che attraversa la Monument Valley, l'evanescente bianconero di un ruscello montano, lo sfilare dei pioppi nel Padule, la tranquillità di quel laghetto immerso nella campagna toscana mi sono oltremodo confidenziali e il nome sotto le immagini compare solo per la scontata conferma: Alberto Goiorani.

Nel lontano 1988, quando giunsi al GFP, non credo lo frequentasse da molto ma, per fortuna di tutti, negli anni in cui rimase lasciò un segno indelebile in ognuno di noi. Arrivava, puntuale, da Montecatini e con Maico, Marco, Luciano, Maurizio, me e qualche altro "giovane" prendeva immancabilmente posto nelle ultime file della storica sede di via De' Rossi poiché, dal fondo della sala, era più facile guardare le immagini, cercando di capire da timidi spettatori i commenti degli esperti "anziani".

Quel tempo passò veloce e il ritorno di Patrizio (latitante da anni), unitamente agli arrivi di Claudio e Marco (quello di Bonelle), rafforzarono le nostre convinzioni rendendoci via, via sicuri e più coraggiosi nel sostenere idee innovative e tanto discordi da meritarci, ben presto, l'appellativo di "...quelli della piccionaia". Ne andavamo fieri perché ognuno di noi, in quell'ultima fila addossata alla parete, aveva ormai trovato una strada che, pur sfidando convincimenti oltremodo drastici e radicati, non poteva certo più essere quella di chi ci aveva preceduto. Dopo gli anni del boom iniziale, la Fotografia stava inevitabilmente cambiando e con essa anche il modo di interpretarla. Noi lo avevamo capito e all'interno di quel gruppo giovane, scanzonato e anche un po' ribelle che faceva foto per una precisa filosofia, cercavamo di raccontare in un altro modo qualcosa di diverso, non accettando certo stantie regole assurde, troppo consolidate. Così (idealmente) i bianconeri formali e rigorosi di Luciano li affiancavamo a quelli, armoniosi nelle tonalità dei grigi, di Maurizio mentre gli scatti, sofferti e inquieti, delle estreme ricerche di Patrizio li abbinavamo alle foto, perfette nelle atmosfere e nei tagli di luce, delle straordinarie architetture di Claudio. Le strane alchimie di Maico le alternavamo, invece, ai miei coraggiosi panning o ai fantasiosi giochi dei bambini di Marco e ai suoi ritratti.

In mezzo a tutto questo Alberto era, comunque, un'altra cosa.

Poneva sul tabellone le stampe dei suoi paesaggi o delle sue macro e la perfezione dei tagli, la ricerca della luce, l'esasperazione della tecnica ci inebriava. Prerogative maniacali, dicevamo conoscendolo, e mai definizione fu più corretta. Giorni e giorni trascorsi nella ricerca di un raggio di luce o di una sfumatura nei colori del cielo senza i quali, anche il viaggio in un luogo lontano, diventava inutile come quello con Marco a Castelluccio, quando non estrasse nemmeno la reflex dalla borsa. E poi una cura estrema dei particolari e una conoscenza approfondita delle situazioni come dimostrò la calda sera di giugno in cui lo trovai inaspettatamente seduto sul gradino del Circolo ad attenderne l'apertura; fu allora che, vedendomi sorpreso da quella presenza fin troppo anticipata, mi raccontò la solitaria escursione di poco prima, per osservare i cervi volanti nell'imbrunire delle quercete di San Baronto.

Alberto Goiorani - Nel silenzio 1994Tanti, davvero troppi i ricordi di lui per raccoglierli adesso... le sue mirabili mostre con la preziosa presenza di Vania, i suoi commenti al Circolo tanto precisi e garbati quanto implacabilmente efficaci, le sue improvvise telefonate per interminabili disquisizioni serali, gli infiniti complimenti per una diapositiva riuscita bene o i puntuali biglietti d'auguri con l'immancabile foto per rafforzare un'amicizia sincera come solo le cose vere possono esserlo.

Nel sito del "3C" di Cascina continuo ad aprire altre cartelle di quegli anni lontani... Orange dunes, Painted valley, Sublime colour, Flowers streets, Sogno d'autunno, Desert forms, Desert traces, Navajo sandstone, The wave, Two pioneers, Death valley, Frosty desert. Questi i titoli delle sue foto... fino a Infinity desert, del 2001.

Poi, più nulla.

Giovedì, 9 febbraio 2012

"Curiosando nei siti di vari fotoclubs, ho trovato la galleria del "3C" di Cascina suddivisa in cartelle con le loro foto, di ogni anno. Se volete, dategli una sbirciatina poiché mi sembra una buona occasione per vedere o rivedere gli scatti di amici, talvolta rammentati nelle nostre serate" ho scritto nella mail al GFP.

Mi torna solo la risposta della Daniela; al solito, sollecita.

Venerdì, 17 febbraio 2012

La serata al Circolo è finita da poco e la mia timida Pepsi sembra volersi nascondere sul tavolo, fra gli esuberanti boccali di birre dai nomi impossibili che Marco, Daniele, Ernest e la Daniela assaporano nella notte profonda del pub per la voglia di stare ancora un po' insieme, prima di andare a dormire.

Ho appena preso il bicchiere quando, improvviso, Daniele mi dice: "...bellissime le foto di Alberto Goiorani!". Sorpreso gli domando "Dove le hai viste?", "Come, dove le abbiamo viste?..." replica deciso Ernest, anticipando Daniele che continua nella risposta "...sul sito del "3C" di Cascina, come ci hai indicato! Eccole qui..." in quel preciso istante, digitando i tasti dello smartphone, sul minuscolo schermo appaiono le foto di Alberto.

"Le hai addirittura scaricate?!..." domando sconcertato, prima che lui mi risponda di nuovo "...certo. E come potevo non farlo... sono così straordinarie!".

A quel punto Marco, fino ad allora attento e silenzioso, mi ha guardato dicendo "Sarebbe bello scrivere qualcosa su Alberto... dai, pensaci te!"

Carlo Bartolini

 

Le immagini di Alberto Goiorani sono tratte dai cataloghi del concorso fotografico "Giuliano Carrara" a cui il GFP collabora da sempre e nel quale l'autore della miglior foto di natura vince il premio dedicato a Alberto Goiorani.

Ma guarda un po' questi corsisti...

Massimiliano Sarno, nostro nuovo socio, è stato selezionato dal sito www.121clicks.com per la "vetrina della settimana".

Il portfolio presentato da Massimiliano è visibile su http://121clicks.com/showcases/showcase-of-the-week-massimiliano-sarno

Qui riportiamo un piccolo assaggio.

Massimiliano Sarno

Lunedì 22 aprile alle ore 21.15 il nostro socio Massimiliano Sarno sarà ospite del Gruppo Fotografico Le Fornaci presso la sede di Via Capitini 7 Pistoia.

Massimiliano Sarno

altPrima d’incontrare Andrea ho incontrato le sue foto, per caso. Le ho guardate, forse con un po’ di sufficienza, dato il luogo informale, a casa sua, dove mi trovavo per tutt’altri motivi.
La moglie, sua fedele sostenitrice, non finiva mai di sottopormi immagini pulite ed essenziali, tutte stampate con cura meticolosa su carta cotone di grande formato.
Voglio conoscerlo e, dopo qualche giorno, lo incontro.
Fin dalle prime frasi appare chiaro che si tratta di una persona con lo sguardo, fotograficamente parlando, rivolto in avanti: ha iniziato ad avere riconoscimenti importanti trent’anni fa, ma ne fa solo un cenno, giusto per dire che lui, quelle vecchie foto, non le guarda più da tanto tempo, anzi, durante la visita, mi mostra solo il suo precedente “periodo” più prossimo e quello attuale, ancora in evoluzione.
Ma il passato, a mio parere, racconta il presente; la sua esperienza di stampatore e il contatto con gli esigenti professionisti dell’immagine, hanno forgiato e affinato la sua indubbia dote per la cattura, l’elaborazione e la realizzazione finale della fotografia. La visita continua passando dal suo archivio, dove decine di confezioni di Carta Epson A2 stanno lì a contare l’impressionante produttività e gli innumerevoli scatti “buoni” da stampare. Ne prende un paio, per mostrarmi una cinquantina di stampe curatissime, un paio di temi che raccontano due luoghi. Materiale eccellente, già pronto, volendo, per un paio di mostre.
Poi, nel suo studio, mi fa vedere le stampe del periodo attuale (ancora un centinaio di stampe!), la naturale evoluzione del fotografo che ha già raggiunto i suoi obiettivi nella rappresentazione “tradizionale” e si muove verso la ricerca di un personale mezzo espressivo. Le immagini, già perfette per composizione e realizzazione, acquistano ora un “carattere” personale, che le scolla dagli stereotipi della costruzione aurea fine a se stessa, pur senza rinnegarla, e le proietta in un luogo artistico nuovo, apparentemente familiare e raggiungibile, gradevole ma non edulcorato, a volte rude ma senza eccessi, mai gratuito.Vedo foto che raccontano la vita e la firma, inequivocabile, di un artista.

Riccardo Innocenti

altNon capita spesso di avere ospiti che raccolgano un così unanime consenso tra i soci del GFP e che l’emozione che ci ha regalato persista così viva e così a lungo.
Andrea Alfieri è uno di questi ospiti.

La lunga carrellata di stampe, tutte prodotte in proprio su una splendida carta cotone 60x40, oltre a mostrare l’ampia produzione di Andrea, ci trasporta nel tempo e nello spazio, ripercorrendo gli ultimi 3 anni tra Barcellona, Dublino, Dubai e una sconosciuta Pistoia del Kick Boxing. Stupisce sapere che queste sono le uniche località visitate da Andrea, oltre Parigi. L’Alfieri infatti, raramente si sposta dalla montagna pistoiese dove vive e lavora. Stupisce come, nei pochi giorni di permanenza in quei luoghi, egli abbia potuto catturare e restituire in modo pulito e aggraziato così tanti istanti di vita. Stupisce ancora sapere che, dopo le esperienze di gioventù come fotografo dilettante e foto stampatore professionista, Andrea abbia ripreso a fotografare solo da 5 anni e che in questo breve tempo abbia raggiunto un livello tecnico e di forza comunicativa così elevati.

Nell’esposizione cronologica delle sue foto, Andrea ci accompagna lungo il suo percorso di crescita espressiva ed artistica. Dapprima usa le sue capacità e le sue conoscenze alla ricerca della foto perfetta per poi inseguire il sogno di quella più che perfetta.
All’inizio le immagini raccontano l’istante, con l’uso del linguaggio canonico e rassicurante della fotografia: le foto ci parlano in modo diretto, attraverso la purezza dei colori e la perfezione della forma che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni.
Poi, nelle opere più recenti, sempre coerente nella composizione e nell’essenzialità, Andrea evidenzia, con un tocco leggero e mirato in post produzione, un’emozione particolare. Il linguaggio diventa destabilizzante e lo spettatore, almeno all’inizio, diffidente; ma quando egli abbassa la guardia dei pregiudizi e riconosce l’onestà intellettuale di Andrea, allora il percorso diventa più chiaro e il viaggio virtuale può continuare con rinnovate emozioni.

Mi accorgo che Andrea partecipa al suo racconto come se fosse egli stesso uno spettatore, come se le foto, pur riconoscendo di averle scattate e prodotte, non fossero frutto del suo intelletto. E quando glielo faccio notare la risposta, chissà perché, non mi stupisce: “La foto c’è già prima che io la scatti, io devo solo raccoglierla e dargli forma”. Eh già! Penso con una punta d’invidia, dicono tutti così gli artisti!

Riccardo Innocenti

alt

Una densa nebbia di cromo e manganese mi avvolge. Al centro di questa nuvola, tra i raggi ultravioletti, riesco a scorgere prima la sagoma, poi la maschera ed infine la faccia di Daniele.
Il Tirenni tira su il casco da saldatore e asciugandosi il sudore sbotta: Marco, oggi si muore dal caldo!
La mia risposta, tra le martellate assordanti che il Buscioni infligge con forza al malcapitato pezzo di lamiera è: Daniele, si va all'Aquila?
Lui mi guarda fisso, tira giù la visiera e sparisce tra una nuvola bluastra.

Le 17.
La sirena di fine giornata sibila nell'aria e sembra dire: forza ragazzi, per oggi è finita! Alla spicciolata i compagni di lavoro mi passano accanto; arriva Daniele e prima che io gli rinnovi l'invito lui mi dice:
-Quando si parte? Io porto la digitale ma mi piacerebbe fare qualcosa anche con la pellicola ... ce n'hai Velvia??-
Annuisco e penso con un impeto d'orgoglio ... grandi questi metalmeccanici!! Tra il fumo, a volte, si nasconde anche un'anima!

Questo è stato l'inizio del "viaggio" all'Aquila, nato tra il fumo di una saldatrice, lo stesso fumo che, insieme ai miei dubbi su quello che sia veramente accaduto la notte del 6 aprile 2009, né l'informazione, né i media, né il "sentito dire" sono mai riusciti a dissolvere, e neanche un potente aspiratore, come quelli che abbiamo in fabbrica, potrebbe farlo mai.

Facemmo un giro di telefonate agli amici del gruppo fotografico: Gaetano e la Daniela aderirono entusiasti ...
Due giorni dopo i fari assonnati dell'auto di Gaetano illuminavano già i cartelli Firenze-Roma. Tanti chilometri ci dividevano dalla città del "governo dei record" o da "quelli che avete dimenticato troppo in fretta"... L'alba ci accolse assieme alla cassiera scaruffata dell'autogrill ... signori, quattro caffè e buon viaggio.

All'Aquila ci arrivammo dalla Statale 17, la strada si snodava dolcemente tra i monti in lontananza, un cartello ci indicò che mancavano otto chilometri alla città e di cantieri, lesioni alle case o qualcosa che facesse pensare ad un terremoto, seppur avvenuto due anni fa, nemmeno l'ombra ...
Andammo avanti, la luce del primo mattino di settembre dava risalto agli intonaci nuovi di alcune case vicino all'indicazione che ormai ci mostrava l'ingresso alla città, ancora niente macerie; una serie di rotonde nuove di pacca ci guidarono verso la fine della vallata.
La new town ci attendeva forse sorridente e pronta a mostrarsi a noi?
Fa caldo, abbassiamo i finestrini, le auto scorrono veloci, qualche clacson sottolinea la nostra indecisione di "turisti" senza guida.
Proseguiamo e a sinistra notiamo un gruppo di condomini, i famosi progetti C.A.S.E. (complessi antisismici sostenibili ecocompatibili), poggiati su moderne palafitte; sotto, le macchine parcheggiate come in garages improvvisati, e supermercati, distributori di benzina nuovi fiammanti, perfino le moderne sedi, una accanto all'altra, dei tre sindacati.
Sembra tutto normale, più ci guardiamo attorno e più la sensazione di una ricostruzione rapida e capillare ci cattura.

Poi l'arrivo ...
Dopo l'ennesima rotonda le prime transenne, transenne e ancora transenne, collegate tra di loro come immense ringhiere perimetrali, cartelli di divieto, quelli con la mano aperta che stanno ad intimarti l'alt, zone rosse, limiti invalicabili. Da uno stop sbuca sgommando una camionetta di militari ... è come passare per il purgatorio per poi entrare nell'inferno ...
Passiamo davanti alla Casa dello Studente, alzo gli occhi e su un terrazzo devastato vasi di piante ormai secche ... due anni senza nessuno che le curi, tristi come sentinelle  disarmate  aspettando rinforzi che tardano però ad arrivare, e ancora transenne e ancora divieti e muri squarciati e quadri appesi ai muri interni: quelli esterni ... anche loro, di quel che resta, aggrappati o circondati da tubi e tiranti ... difficile spiegare senza poter vedere.
Parcheggiamo la macchina, entriamo in quella specie di Kabul ... lì almeno la guerra avrà decretato qualche vincitore, all'Aquila invece tutti sconfitti, tutti vittime e chi è vivo muore dentro.
Ogni casa imbullonata, legata, crepe gigantesche tamponate come su un corpo dilaniato da chissà quale esplosivo, affacciate alla strada insegne di negozi che non ci sono più, la vetrina di un barbiere, le sedie coperte da macerie, il bancone con ancora i phon, e il poster appeso al muro di teste "acconciate", gli altri srotolati a terra come voler anche loro fuggire ... negozi con manichini nudi accatastati tra pezzi d'intonaco, un cartoncino bristol sopra una transenna davanti ad una pasticceria ci invita ad un nuovo indirizzo ... qui chiuso!!!
Riusciamo a sentire nella città i rumori dei nostri passi, impossibile in un altro qualsiasi agglomerato "normale" e tra i passi un pianto "sottile", mi giro, la Daniela ha gli occhi bagnati ...
Sull'unica via riaperta poche persone, turisti con macchine fotografiche e, all'interno di quell'immensa Pompei, militari e vigili del fuoco sfrecciano tra la polvere e il pudore che mi assale nello scattare le foto ... poi un A4 appeso ad una transenna:

Venite all'aquila
Venite a vedere cosa fa male all'anima
Venite a vedere le pietre che parlano
Sussurrano e gridano
Venite a vedere il silenzio dei vicoli
Scattate tutte le foto che volete ma
Testimoniate la verità
Date parole a quel poco
Che hanno potuto vedere
I vostri occhi

La macchina è su "on", inizio a fotografare.
Le carriole del movimento "riprendiamoci la città", una lotta contro la natura, una lotta contro un nemico ancora più invisibile, le istituzioni paralizzate, nascoste dietro quelle transenne aggrappate al nulla come i tubi che soffocano la città.
Certo, qualcosa si sta ricostruendo, ma la gente si ferma a parlare con noi e tutti ci raccontano di una città morta ... come può una città morta resuscitare ... un miracolo, certo un miracolo ...
Intanto cani randagi dagli occhi rossi abbaiano al cielo.
Il 6 aprile 2009 qui in 38 secondi tutto è crollato, tutto ci ha portato via e quel che è rimasto è una ferita che ci spacca il cuore.

"Trist'a cchi nen dè' niènde, ma chiù ttrist'a cchi nèn dè' niciune"
(triste chi non ha niente ma più triste chi non ha nessuno)